Roma: per i mancati permessi ai traslochi il Comune perde dai 12 ai 17 milioni. L’abusivismo ringrazia

L'associazione.
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È stato calcolato tra i dodici e i diciassette milioni di euro l’anno il costo eluso a Roma per i permessi che i Municipi, per conto del Comune, dovrebbero rilasciare alle aziende specializzate nei traslochi. Non solo: questa situazione, oltre a generare il paradosso delle aziende di trasloco che chiedono alle istituzioni inadempienti di regolarizzare, favorisce l’abusivismo con tutti i rischi che determina.

Un permesso costa all’azienda specializzata circa ottanta euro, ma la mancanza di organizzazione rispetto a una pratica che Milano e Torino gestiscono mediante una piattaforma digitale mentre Roma lo fa ricorrendo a personale pubblico, costa al Comune, oltre alle lungaggini, ben più di quanto ricava. L’effetto, oltre all’illegalità dei furbi, sono le doppie file degli automezzi nonché i rischi d’incolumità per il personale del trasloco e di danneggiamenti di oggetti per i clienti.

È stato il consigliere dell’XI Municipio Marco Palma, di Fratelli d’Italia, a quantificare rispetto alle dimensioni di Roma nella cifra tra i dodici e i diciassette milioni di euro la perdita per le casse comunali. Ciò in un esposto che ha presentato alla Procura Generale presso la Corte dei Conti per «verificare se alla luce dei mancati introiti e del sostanziale immobilismo nella gestione e nell’ottimizzazione del rilascio in tempi omogenei nei 15 municipi di Roma dei relativi permessi si possa ravvisare un danno erariale». La consigliera comunale Francesca Barbato ha presentato un’interrogazione per conoscere le somme incassate da tutti i municipi, che a una verifica non ufficiale sembra essere di poche centinaia di euro.

Tre anni fa, con il regolamento Cosap, il Comune ha fissato un rilascio d’urgenza in cinque giorni del permesso di occupazione temporanea del suolo pubblico per trasloco. Lo ha stabilito, però, solo per quelle ditte che fossero iscritte a un apposito albo comunale che non è mai stato fatto. L’Anit, attraverso il suo referente Mauro Santonati, ha precisato che se questo albo esistesse sarebbe contrario alla normativa europea, non consentendo di lavorare a società straniere e italiane non romane. Inoltre ha chiesto che si possano autorizzare le ditte iscritte nel registro nazionale o estero degli autotrasportatori conto terzi, eventualità che rappresenterebbe un significativo ostacolo all’illegalità dell’abusivismo.